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Inviato da: Marco Wong
02/07/2007 19.29

Sono già passati dieci anni, è questo il primo pensiero quando mi accorgo che si rievoca il ritorno di Hong Kong alla Cina.

Per questo mi riascolto il disco di Ai Jing, una cantante cinese, che nella sua canzone "wode 1997", il mio 1997, raccontava la storia d'amore di una ragazza di Shenyang con un uomo di Hong Kong.

Ed al pari di una tormentata storia d'amore la relazione tra la Repubblica Popolare Cinese e Hong Kong è sempre stata complessa e contrastata, da un lato la colonia, strappata alla Cina dagli Inglesi durante l'agonia della dinastia imperiale Qing, diventata nell'era moderna un esempio delle virtù del libero mercato, dall’altra la Cina che, al momento degli accordi con l'Inghilterra di Margaret Thatcher, doveva equilibrare l'esigenza di salvare l'orgoglio nazionale ed ottenere il ritorno di Hong Kong alla madre patria senza rovinarne l'economia ed il ruolo di ponte tra l'occidente e la Cina.

E per arrivare a questo risultato nacque la formula magica del "one country, two systems" di Deng Xiaoping, una formula che aveva comunque lasciato molti cittadini di Hong Kong scettici così impauriti da causare, dopo la firma del trattato nel 1984 tra la Gran Bretagna e la Cina, un deciso incremento di emigranti da Hong Kong verso altri paesi.

Ma inesorabilmente lo stile di vita di Hong Kong è diventato via via più noto in Cina,  prendendo il volto degli attori del cinema di Hong Kong e dei cantanti che diventavano via via familiari e le cui canzoni, anche in cantonese, spadroneggiavano nei karaoke cinesi.

E la città di Hong Kong è stata anche rappresentata dalle moltitudini di manager di Hong Kong che via via si trasferivano in Cina per dirigere le migliaia di fabbriche ed uffici che via via delocalizzavano trasferendosi oltre frontiera, magari nella città di Shenzhen, nel frattempo creata da Deng Xiaoping proprio per creare attorno all'isola specie di cuscinetto protettivo, un'appendice in grado di attrarne investimenti e know how.

Dieci anni sono passati, e a distanza si può fare un primo bilancio e concludere che la promessa di mantenere due diversi sistemi politici all'interno dello stesso paese è stata fondamentalmente mantenuta.

Hong Kong è cambiata nel frattempo, via via si è integrata sempre di più con la Cina, sono sempre di più le macchine che hanno la doppia targa per poter circolare sia nella ex-colonia sia nelle strade della madre patria, l'isola è la meta di turismo principale per i nuovi turisti cinesi, ed a fianco del cantonese il mandarino è parlato sempre meglio dalla popolazione locale.

Ma la vera trasformazione negli ultimi dieci anni è avvenuta in Cina, che è diventata vicina e simile ad Hong Kong più di quanto si potesse immaginare quando la bandiera rossa della Repubblica Popolare rimpiazzò la Union Jack britannica, tanto che la vecchia paura che la diversità della Cina potesse distruggere l'identità della città è stata via via sostituita dalla nuova preoccupazione che alcune città cinesi possano avere imparato la lezione di Hong Kong e dei suoi modelli economici e comincino a farle concorrenza nei settori, come quelli dei servizi logistici e finanziari, che sono il cuore dell'economia locale.

Insomma, forse la ragazzina cinese sedotta dal manager di Hong Kong cantata da Ai Jing dieci anni fa adesso sarà cresciuta,  diventata un po' più smaliziata e forse non vedrà più in lui il fascino irraggiungibile delle star del cinema o della canzone, ma più semplicente quello dell'abitante di una città ancora molto speciale, ma comunque cinese.

 

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