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Inviato da: Marco Wong
17/05/2009 1.26

Ho avuto l’onore di partecipare ai lavori organizzati dal Museo Reale di Tervuren in Belgio sulle diaspore e sui problemi di identità che esistono nelle comunità diasporiche.

Nel corso di un dibattito, si è anche parlato di elezioni europee ed ho scoperto che in Belgio vi sono circa una sessantina di candidati di origine straniera. Non ho potuto fare a meno di pensare ad un invito, che avevo fatto all’assemblea degli autoconvocati del PD, di candidare almeno una (1!) persona di origini straniere che rappresentasse i nuovi italiani.

Nel corso di tale riunione ho anche avuto modo di fare una chiacchierata con uno svedese di origine africana. Già consigliere comunale, si presenta per le elezioni europee nelle fila dei Socialdemokraterna. Mi ha raccontato un po’ della sua storia personale di rifugiato politico che non ha più potuto rimettere piede nella sua nazione d’origine retta da quasi trent’anni da una dittatura.

Nelle sue parole e nel suo racconto ho indovinato la tristezza di chi ha lasciato per sempre i suoi affetti ed i suoi cari sapendo che forse non avrebbe mai più fatto ritorno. Un sentimento analogo a quello che il padre della lingua italiana, Dante, raccontava nei suoi versi quando scriveva che è salato il sapore del pane altrui, quello dell’esiliato.

Ed è quindi amara la constatazione che se oggi Dante bussasse alle porte dell’Italia forse verrebbe rifiutato e mandato via su un barcone verso la Libia.

Considerazione che fa, tutto sommato, di quel candidato svedese un privilegiato perchè ha trovato ospitalità in una terra in cui i diritti e le pari opportunità non sono solo slogan ma fatti concreti.

Che forse non riescono a cancellare l’amarezza dell’esilio dal proprio paese, ma almeno offrono la possibilità di una nuova esistenza e di contribuire alla società civile del suo nuovo paese.  

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